Addestramento, educazione o formazione?

Emanuela Bartoli La filosofia HorseManKind

Un panorama completo per una maggiore consapevolezza con il cavallo.

In ambito equestre le parole “addestramento” ed “educazione” sono sempre più spesso considerate sinonimi, ma in realtà esiste tra loro una differenza sostanziale.
Nell’equitazione tradizionale o classica si dice spesso che il cavallo viene educato e non addestrato, mentre nell’equitazione cosiddetta “naturale”, si dice che le pressioni utilizzate in addestramento sono le stesse utilizzate dai cavalli in natura nelle loro dinamiche di branco.
Tutto ciò induce confusione, poiché le finalità dell’addestramento e dell’educazione sono completamente diverse, cosi come le modalità con cui è possibile realizzarli.
Inoltre: è davvero possibile “educare” un cavallo?
Per riuscire a fare un po’ di chiarezza, spiegheremo cosa significano esattamente questi e altri termini, quali le finalità, cosa avviene in natura, come ottenere ciò che ci si propone e infine come comprendere se siamo sulla strada giusta. Tenteremo di rendere queste spiegazioni molto semplici, con il minor utilizzo possibile di termini tecnici o scientifici, e facendo molti esempi, in modo che anche una persona che si affaccia per la prima volta in questo ambiente o in certe terminologie, abbia la possibilità di capire quale sia la strada più adatta al proprio modo di pensare e ai propri obiettivi: ciò, per onestà intellettuale, dovrebbe essere la finalità di ogni istruttore a qualsiasi livello e di qualsiasi tipologia.

LE FINALITA’

L’addestramento

La parola addestramento ha assunto nel tempo molteplici significati, il più antico dei quali si riferisce al “render destro” cioè a far sì che il cavallo fosse predisposto a rendere agevole l’armeggiare di spada del cavaliere-soldato. “Rendere destro” poteva anche significare “rendere abile”.
A oggi il termine dovrebbe indicare – e sottolineo il “dovrebbe” – l’insieme delle tecniche atte a conservare e migliorare l’integrità fisica del cavallo in attività. Tali tecniche dovrebbero fare in modo di sviluppare equilibrio, simmetria posturale, resistenza muscolare e così via, il tutto in funzione del tipo di attività, dalle semplici passeggiate a un’attività sportiva e/o agonistica. Rendere un cavallo fisicamente pronto a portare un essere umano è assolutamente necessario, ed è una competenza che dovrebbe far parte di ogni scuola di equitazione che si rispetti, così come continuare a mantenere queste caratteristiche sarebbe una responsabilità di ogni cavaliere.
Non confondiamo l’addestramento con la doma, ossia l’insieme delle tecniche atte a far sì che il cavallo si abitui alla presenza dell’uomo, della sella, e a essere montato.

L’educazione

Esistono molte definizioni del concetto di educazione, ma probabilmente il significato più indicativo lo ritroviamo nell’etimologia della parola: e-ducere significa “portar fuori” e ci si riferisce all’identità dell’individuo. L’educazione è quindi un’enorme responsabilità, visto che ci assumiamo il compito di aiutare un altro essere a costruirsi e a crescere. Ciò comporta una nostra scelta etica, in quanto sarà nostra facoltà scegliere se indirizzare la crescita in funzione delle nostre esigenze, o verso un modello che ci siamo costruiti, oppure agevolando l’evoluzione e l’apprendimento del soggetto in funzione della sua identità e della sua soggettività.
L’educazione può essere svolta con metodi autoritari, in cui l’educatore si fa valere per il ruolo che ricopre (come genitore o insegnante) e richiede un’ubbidienza incondizionata; o con un approccio autorevole, in cui l’educatore, grazie a un certo grado di consapevolezza di sé, dell’altro e delle situazioni che si trova a gestire, riesce a trasmettere valori e competenze senza bisogno di imporre il suo volere. E’ facile intuire quale sia la forma di educazione più corretta e più moderna.

In natura

In natura i cavalli ovviamente non addestrano, bensì applicano una forma di educazione.
Esiste un’educazione di tipo familiare e una di tipo sociale.
– l’educazione familiare è quella della mamma verso il puledro e serve a insegnargli la comunicazione di specie e a renderlo capace di vivere nel branco;
– l’educazione sociale serve a preservare il branco dai pericoli, a renderlo coeso e capace di soddisfare le necessità primarie (cibo, acqua, procreazione).
L’educazione che avviene in natura è quindi necessaria per introdurre il puledro alla vita sociale e per costruire abilità socio-cognitive sia nel puledro che nell’adulto.

E’ possibile educare un cavallo?

Di seguito il parere di Sergio Albertin, fondatore di HorseManKind.
“Un’educazione corretta prevede autorevolezza e prevede che l’educando comprenda il motivo per il quale gli si chiede di fare o non fare qualcosa.
Talvolta figure come genitori o insegnanti impongono la loro volontà senza spiegazioni, e l’educando, pur non capendo i motivi alla base della richiesta, ubbidisce giustificandola con l’autorità che queste figure ricoprono.
Con un cavallo non possono esserci queste condizioni: non è possibile spiegargli i motivi delle nostre richieste, e non possiamo assumere un ruolo autoritario senza sconfinare nella coercizione.
Per questi motivi ritengo che l’educazione sia possibile solo intraspecie, quindi da uomo a uomo o da cavallo a cavallo.
All’interno della stessa specie l’educazione può avvenire perché esiste un contesto precostituito biologico, sociale e di figure autorevoli e autoritarie riconosciute, nonché una forma di comunicazione condivisa. L’educando – essere umano – riceverà i valori trasmessi dalla figura autorevole, o asseconderà il volere della figura autoritaria, perché esiste un contesto che lo rende possibile.
Tutto questo avviene anche all’interno di un branco. Esistono figure autoritarie e autorevoli, e l’educazione viene trasmessa dalla madre al puledro o anche da cavallo a cavallo, se un componente del branco in un determinato momento assume il ruolo di educatore. Anche questo è possibile grazie al contesto precostituito e a una comunicazione condivisa.
Tra specie diverse cambiano tutti i fattori in gioco.
Bisogna costituire l’anello di congiunzione tra le due specie, e quindi formare il contesto, stabilire la comunicazione e determinare i valori corretti da trasmettere.
Nel paradigma HorseManKind difatti non si parla di “educazione”, ma di “formazione socio-cognitiva interspecie”, un approccio in cui si agevola l’apprendimento e l’evoluzione del cavallo e in cui lui si sente capito, coinvolto e motivato. Potrà quindi avere un’evoluzione cognitiva pur non perdendo mai la sua identità di cavallo e gli atteggiamenti e le dinamiche tipici della specie a cui appartiene, caratteristiche che vanno assolutamente preservate.”

Riassumendo

Le finalità dell’addestramento e dell’educazione sono quindi completamente diverse:
– l’addestramento serve a migliorare le prestazioni fisiche;
– l’educazione serve a sviluppare le facoltà socio-cognitive all’interno della stessa specie;
esiste inoltre:
– la “formazione socio-cognitiva interspecie”, come spiegato da Albertin, che serve a sviluppare le facoltà socio-cognitive tra specie diverse.

LE TEORIE DELL’APPRENDIMENTO ADEGUATE ALLA FINALITA’

Prima di valutare quali siano le teorie dell’apprendimento più adeguate agli scopi che ci prefiggiamo, occorre introdurre il concetto di “contesto”.

“La comunicazione avviene su uno sfondo (il contesto) che funge da riferimento per la sua corretta interpretazione (…) il concetto di contesto può indicare il quadro cognitivo o psicologico individuale, un metamessaggio che qualifica ogni segnale elementare o l’ambiente e le circostanze esterne alla comunicazione” (Loriedo-Picardi)
Esempio: consideriamo l’esclamazione “ti uccido!”.
Se il contesto è un dialogo divertito tra amici, il significato può essere interpretato come una battuta.
Se il contesto è una discussione tra nemici, il significato è di tipo ben diverso e può rappresentare una seria minaccia.
La stessa frase quindi, cambiando contesto, può assumere significati diametralmente opposti.
Ogni volta che in questo articolo viene menzionata la parola “contesto”, è riferita a questo preciso significato.

L’addestramento

L’addestramento è un approccio analitico, svolto in un preciso contesto, in cui noi insegniamo al cavallo a compiere una determinata azione per specifici motivi. Ogni nostro sforzo addestrativo si rivolge a fare in modo che il cavallo, a una certa richiesta, risponda in una determinata maniera, e più risponde con precisione, più l’addestramento risulta valido.
Tutto ciò che riguarda l’addestramento è quindi fattibile esclusivamente con una teoria dell’apprendimento di tipo comportamentista (che riguarda il comportamento); nella fattispecie l’unica possibile è il condizionamento operante (dove a ogni richiesta fatta, si rinforza la risposta per continuare a ottenerla).

L’educazione

Se si dichiara di educare un animale, per i motivi sopra descritti, è necessario applicare un metodo coercitivo. La nostra figura sarà per forza di cose autoritaria, anche perchè il cavallo non sarà mai in grado di comprendere il significato di ciò che gli stiamo insegnando. L’unica teoria dell’apprendimento possibile è quindi una teoria comportamentista, ossia che punta al comportamento, all’azione, senza preoccuparsi della comprensione. Un esempio è la teoria del leader tipica dell’horsemanship.

La formazione socio-cognitiva interspecie

Questo tipo di formazione ha un approccio sistemico, in cui non si insegna a compiere un’azione, tantomeno un’azione precisa e prefissata. Il contesto è totalmente diverso da quello dell’addestramento, così come i motivi per cui la formazione viene svolta.
Tale formazione si può ottenere solo con un approccio di tipo cognitivo-relazionale, con riferimenti costruttivisti, e in un’ottica zooantropologica.

E’ possibile applicare teorie diverse alle situazioni menzionate?

– E’ possibile addestrare con un Approccio Cognitivo Relazionale? No, perché con l’approccio cognitivo-relazionale non si possono ottenere le prestazioni che si ricercano.
– E’ possibile educare con Approccio Cognitivo Relazionale? Si intraspecie, no se interspecie, perché con questo tipo di approccio non è ammessa la coercizione (autorità).
– E’ possibile attuare una Formazione Socio Cognitiva tramite una teoria comportamentista? No, salvo ottenere un condizionamento del soggetto di certo non consono allo sviluppo del sé e allo sviluppo di capacità socio-cognitive.
Esistono molti altri motivi che comportano l’impossibilità di modificare le teorie da applicare ai vari contesti, ma ci siamo limitati ai più semplici.

Nota.
Esistono scuole di pensiero che indicano come approccio cognitivo:
– un approccio sistemico all’addestramento; e/o
– una visione etica dell’equitazione; e/o
– il ritenere il cavallo un essere pensante; e/o
– il fare riferimento a studi etologici di varia natura.
In realtà nessuna di queste visioni può essere considerata un approccio cognitivo, né singolarmente, né in combinazione. L’approccio cognitivo è una Teoria dell’Apprendimento e, come tale, non va valutato sulla base di ciò che noi facciamo, ma sulla base della percezione che ne ha il cavallo.

PER COMPRENDERE MEGLIO: ESEMPI

Abbiamo visto delle importanti differenze tra addestramento, educazione e formazione.
Vediamo meglio cosa si intende con degli esempi.

Esempio di addestramento.

Supponiamo di voler far girare un cavallo in tondino alla longia.
La procedura comportamentista utilizzata in questo caso è fondata sulla triade stimolo-risposta-rinforzo.
Quindi una corretta esecuzione potrebbe essere: alzo la frusta (o stick, o coda della lunghina): questo è lo stimolo – che in questo caso corrisponde a una pressione psicologica; se il cavallo non avanza agito lo strumento (aumento della pressione); se non avanza ancora lo tocco (pressione fisica). Quando il cavallo esegue (risposta), tolgo la pressione (rinforzo negativo). Qualsiasi altro movimento faccia il cavallo che non sia quello richiesto, ad esempio venire verso di me, cambiare direzione, andare più piano o più veloce, ritirarsi, andarsene via – viene corretto, perché il risultato cercato è che il cavallo avanzi nei modi e nei tempi previsti alla vista del minimo movimento possibile della frusta. Questa procedura e le varie correzioni possono essere svolte in un’unica sessione o molto diluite nel tempo, con minore o maggiore professionalità, tempismo e conoscenza di ciò che avviene, ma la finalità è unica: richiedere un’azione precisa a un preciso comando.
Dal punto di vista dell’umano:
– tutto ciò che si utilizza per ottenere l’azione richiesta, come la pressione-rilascio dell’esempio (rinforzo negativo), premio in cibo (rinforzo positivo), rispetto dei tempi, pause, shaping, ecc. è di matrice comportamentista. Attenzione: anche un “bravo”, in questo contesto (ricordiamoci il significato di “contesto”), ha una valenza di rinforzo; così come non è assolutamente vero che attendere del tempo dopo lo stimolo principale, prima di fare dell’altro, sia “permettere al cavallo di pensare” e quindi per questo applicare un approccio cognitivo (principale errore di molti sedicenti “esperti” del settore).
Dal punto di vista del cavallo:
– il cavallo non capisce perché deve girare in tondo per più volte: di sicuro non possiamo spiegarglielo, e non fa parte del suo naturale comportamento eseguire questo o altri movimenti in modo regolare e ripetitivo. Non è possibile quindi coinvolgerlo a livello cognitivo, relazionale o empatico, per cui il suo unico obiettivo rimane l’evitamento della pressione o il raggiungimento di una sensazione positiva data dal “bravo” o dalla carotina: esattamente ciò che le teorie comportamentiste richiedono.
Una nota sulla frusta: se il cavallo non conoscesse la frusta e i suoi effetti, nel momento in cui venisse mossa potrebbe girarsi a guardarla, andare ad annusarla, o magari assaggiarla per scoprire di cosa si tratta; oppure se sapesse già cos’è ma non la temesse, potrebbe essere disinteressato e continuare tranquillamente a mangiare l’erba, come se avessimo in mano una penna. Quando invece la frusta è efficace, è perché il cavallo la conosce bene e sa cosa può comportare. Al termine dell’addestramento possiamo valutarne l’azione in una semplice maniera: più il movimento della frusta che occorre per far eseguire al cavallo una determinata azione è minimo, maggiore è il condizionamento che ha subìto, e quindi maggiore è la validità dell’addestramento.
L’utilizzo di questo approccio fa sì che il cavallo impari a eseguire esattamente ciò che gli viene richiesto, quando gli viene richiesto, indipendentemente da chi glielo richiede. Ecco perché è fondamentale utilizzarlo se si pratica sport, se si effettuano gare, o se si ha un maneggio dove si affittano i cavalli per le passeggiate o per i corsi a terzi, ossia in tutti gli ambiti dove è richiesta una prestazione e dove la relazione univoca non è fondamentale ma anzi deleteria, perché il cavallo deve essere dato in mano a più persone.
Un cavallo condizionato lo si riconosce (tra le tante altre cose) proprio per la sua innaturale obbedienza.

Esempio di educazione uomo-cavallo.

Ricordiamo che la finalità dell’educazione, in questo caso, è ottenere un cavallo ubbidiente, che non abbia opposizioni o rifiuti. Ricordiamo anche che non è possibile spiegare a un cavallo il perché di certe nostre richieste (cosa necessaria per un’educazione corretta) e che fa parte di questo contesto il fatto di “ottenere qualcosa” dal cavallo, fosse anche solo il fatto di portarci a fare una passeggiata, o di non avere paura di qualcosa.
Per tutti questi motivi, già meglio specificati, l’unica educazione possibile tra specie diverse è un’educazione autoritaria. L’esempio più classico si ha con la teoria del leader, tipica della Natural Horsemanship.
Supponiamo di avere un cavallo che invade il nostro spazio. La teoria della N.H. prevede che il cavallo venga allontanato, di solito utilizzando uno stick o il cosiddetto “gioco dello Yo-Yo”, ossia con rinforzi negativi. Il cavallo recepisce semplicemente che non lo vogliamo vicino, non riesce a capire che lo allontaniamo perché lo riteniamo pericoloso per noi. Non può capirlo perché è abituato con i propri simili, dove la vicinanza di certo non è ritenuta pericolosa, ma fa parte di una dinamica comunicativa; e anche perché noi non gli abbiamo mai spiegato che siamo fisicamente più deboli, anzi lo abbiamo tenuto sempre ben nascosto.
Se fosse possibile un dialogo, sarebbe questo:
Uomo: – Allontanati.
Cavallo: – Perché?
Uomo: – Perché lo dico io.
Tutto è quindi rivolto all’azione, non alla comprensione. Per cui di matrice altamente comportamentista.

Esempio di educazione in natura.

Supponiamo che un cavallo voglia che un altro elemento del branco si sposti. Potrebbe dapprima minacciare schiacciando le orecchie, proseguire girandosi di posteriore e concludere tirando un calcio. Quale dev’essere la risposta dell’altro cavallo? Non è prefissata. L’altro cavallo può agire con una tecnica di evitamento, può rispondere ai calci, può scappare via. L’educazione quindi inizia con una comunicazione dove si apre un ventaglio di risposte tutte valide, che a loro volta producono altri effetti a cascata. Il cavallo infatti capisce cosa è gradito e cosa non lo è ai suoi compagni, e in base al tipo di relazione che ha con loro decide se assecondarli, ristabilire un grado di parità o minacciarli a sua volta. Tutto questo dipende anche da molti altri fattori, tra cui per esempio i ruoli che i cavalli hanno nel branco (non si fa riferimento alla teoria del leader o capobranco, ampiamente dimostrata come inattendibile). In ogni caso il risultato comporta una serie di conseguenze sulla relazione e sulle dinamiche di branco, che rientrano nel concetto di educazione. Quindi la relazione permette l’educazione, che a sua volta modula la relazione, e di conseguenza vengono stimolate le capacità socio-cognitive del cavallo.
In questi casi non si può parlare di semplici stimoli-pressioni-rinforzi, in quanto la comunicazione è molto più complessa e stratificata: non ha intenti addestrativi, non è relativa all’insegnamento di una risposta unica a un determinato stimolo, bensì comprende l’aspetto relazionale tra singoli individui e le dinamiche sociali di individui appartenenti alla stessa specie.
Ecco perché non è possibile affermare che le pressioni che si usano nell’equitazione cosiddetta “naturale” sono come quelle utilizzate in natura. La differenza è sostanziale, in quanto in equitazione è addestramento, in natura è educazione, con tutte le derivazioni che ne conseguono.

Come si attua la formazione socio-cognitiva uomo-cavallo di HorseManKind?

Come abbiamo visto le premesse principali sono: creare il contesto adeguato e stabilire una comunicazione interspecie a doppio senso.

Per creare il contesto adeguato è necessario un percorso semplificato dalla seguente mappa:

Tutto questo, per essere correttamente costruito, può necessitare anche di un paio d’anni. Ogni parola utilizzata (relazione, naturalità, neutralità, empatia interspecie, comunicazione volontaria interspecie, libera cooperazione, ecc.) non è un semplice vocabolo. Ogni parola esprime un concetto profondo, che richiede di essere studiato e compreso, per poi essere sviluppato con il cavallo.
Da ciò si evince che le competenze necessarie per poter svolgere una formazione socio-cognitiva efficace nei confronti di un’altra specie sono molteplici, e nascono da una visione globale che tiene conto della filosofia di fondo e delle relative teorie.

Esempio di formazione socio-cognitiva uomo-cavallo HorseManKind

Un esempio di formazione socio-cognitiva è molto complesso da esporre in un semplice articolo, perché non esistono regole perfettamente definite e quindi facilmente descrivibili.
Premesse fondamentali sono l’aver costruito il contesto come precedentemente accennato, e l’aver creato la possibilità di una comunicazione interspecie a doppio senso; è anche importante aver sviluppato la relazione e svolto le attività insieme nel rispetto più totale della libertà del cavallo, ossia tramite la libera collaborazione, resa possibile soprattutto dai principi di reciprocità e condivisione. Tutto ciò rende il contesto ancora più efficace, in quanto il cavallo si è costruito nel tempo un’immagine di noi ben precisa, specificatamente ricercata e voluta dal paradigma HMK.

Supponiamo di avere un puledro vivace.

Diversamente dalla libera cooperazione, nell’aspetto più propriamente formativo al cavallo possono essere poste delle richieste esprimendo una maggiore autorevolezza. Ciò è reso possibile solo grazie a una relazione molto intensa e a un profondo rispetto dell’etica equina. Una richiesta così fatta deve avere una motivazione corretta e giustificata, quindi per poterla porre dobbiamo conoscere come si esprime il senso di giustizia negli animali – umani e non umani – altrimenti non verrà accolta con la medesima predisposizione. “La capacità di valutare gli individui in base alle loro interazioni sociali è universale e innata, e la capacità di valutare le situazioni di natura sociale è un adattamento biologico” (Kiley Hamlin) – “Un modo per sapere che gli animali hanno aspettative sociali è rendersi conto della loro sorpresa quando le cose non vanno secondo giustizia (…) La giustizia è strettamente collegata alla cooperazione, alla reciprocità e all’empatia” (Marc Bekoff).
Supponiamo che sia un puledro vivace, che abbia voglia di giocare e pretenda di farlo con noi così come fa con i suoi simili, magari rampando, calciando o mordendo, senza tenere conto della nostra fisicità. Esattamente come accade nelle dinamiche di branco, noi facciamo capire al puledro che questa cosa non ci è gradita, andandocene (è una semplificazione di un processo molto più complesso di messaggi, dove l’andarsene via rappresenta la parte finale; consigliamo di non provare perché, se non fatto con i criteri corretti, potrebbe sortire effetti contrari alle aspettative). Più la relazione è forte, più il cavallo desidera mantenerla, e quindi più forte sarà il suo desiderio di capire cosa sta succedendo per mantenere l’unione con noi.
Il nostro allontanamento corrisponde a un messaggio emozionale (paradigma HorseManKind) a cui è liberissimo di scegliere come rispondere.
Il cavallo, con questo tipo di approccio, rimane sempre libero mentalmente e soprattutto ha la possibilità di scegliere come far evolvere la relazione con il suo amico umano. Le situazioni che affronta lo portano a vivere momenti che lo rendono sempre più cosciente di se stesso e sempre più cognitivo, rendendolo parte attiva della relazione e stimolandolo a formulare ipotesi sociali per comprendere le dinamiche che gli proponiamo.
Questo approccio è ovviamente possibile solo con cavalli con cui si sia iniziato da tempo un processo di formazione socio-cognitiva. Se un cavallo è sempre stato immerso in un ambiente comportamentista (addestramento, natural horsemanship, ecc.), non ha avuto una rinaturalizzazione adeguata e soprattutto non è stato approcciato nel contesto e nel modo corretto, percepirà ogni messaggio in modo distorto con risultati totalmente negativi.
Ad esempio: un cavallo tenta di mordermi e io me ne vado (ripeto che “andarsene” è una semplificazione).
All’interno di un contesto comportamentista il cavallo apprende che ha trovato il modo di allontanarci e diventerà sempre più incline a mordere, specie se la relazione non è corretta.
All’interno di un contesto creato per ottenere una formazione socio-cognitiva, il cavallo recepisce il messaggio emozionale, comprende di aver fatto qualcosa che non ci è gradito e rimodula la relazione di conseguenza. Se la relazione è forte, attuerà tutta una serie di strategie per “riconquistare” il suo amico umano.
Un totale cambio di paradigma.


Nota:

Il presente articolo è stato pubblicato in due parti dalla rivista on-line “Cavallo 2000” ai seguenti link:
Prima parte
Seconda Parte

E’ stato inoltre ottimamente recensito dal portale “Caval Donato Communication” al seguente link:

Cavaldonato Communication

L’autrice e HorseManKind ringraziano le redazioni e i Direttori di testata.

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Informazioni sull'autore
Emanuela Bartoli

Emanuela Bartoli

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Etologa e Psicologa animale - Membro del Comitato Scientifico HorseManKind - Allieva 4° Livello HorseManKind - (per vedere altri articoli dell'autore clicca qui)

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