Cleo: la gara della vita

Sergio Albertin EquiMomenti

Cleo era da poco con noi e fin da subito aveva mostrato chiaramente di non apprezzare la vicinanza dell’uomo.

Il suo passato la giustificava ampiamente.

Aveva tutte le ragioni per scappare dall’essere umano che l’aveva maltrattata.

Con amore e desiderio di farle comprendere che non tutti gli umani sono uguali, ho iniziato con lei un percorso metodico, lento, e in cui lei era totalmente libera di esprimersi.

Cavallerizza in gara

Con lei, mi sembrava di fare un partita a scacchi.

All’inizio, le comunicazioni tra noi erano quasi impercettibili. 
Ci studiavamo per conoscerci e per comprendere come poterci “parlare”.

Ad ogni mio atteggiamento lei rispondeva con un suo e a questa sua replica io facevo altrettanto, per molto tempo.

Il tutto era quasi invisibile ad occhi che ci osservavano.

Lentamente, il nostro dialogo divenne sempre più “udibile”, sempre più chiaro e comprensibile per entrambi, fino al punto in cui cavallo e uomo furono in grado di esprimersi per comunicare intenzioni e stati d’animo.

Lei mi accettò vicino, mi seguiva, si fidava ed ero un punto di riferimento.

Fu stupendo, intenso e unico quello che successe tra me e Cleo.

Purtroppo però, con il sopraggiungere del secondo inverno, ci accorgemmo che Cleo soffriva di una grave forma di allergia che le toglieva il fiato, la faceva tossire e colare il naso.

Iniziammo la cura, ma per lei fu devastante sentirsi improvvisamente debole, inabile nelle dinamiche dei suoi compagni e priva di possibilità di qualsiasi reazione di difesa.

Iniziò così il suo percorso di depressione.

Mi piangeva il cuore quando camminandole vicino percepivo la sua rassegnazione. Capivo che mese dopo mese era sempre più insicura e che in lei non esisteva più neppure una minima presenza di autostima.

Cleo non c’era più.

La Cleo di poco tempo prima non era più con noi.

Chi mi stava al fianco era il fantasma di quella cavalla che poco tempo prima aveva dimostrato d’avere carattere e un’intelligenza meravigliosamente coinvolgente.

Ma non mi scoraggiai, anzi ero determinato ad aiutarla.

Continuai così, giorno dopo giorno a farle sentire la mia presenza e la mia volontà di non abbandonarla a se stessa.

Ognuno di noi, dei ragazzi HMK e di Debora, la sua compagna umana, fece il possibile per darle calore, rapporto e farla sentire il più possibile al sicuro e protetta.

Continuammo a curarla nel corpo e cercammo tutti di fare quanto possibile perché mentalmente non si lasciasse andare.

Da un anno Cleo si è ripresa fisicamente, ora sta bene, tuttavia il suo travaglio emotivo è stato lungo.

Ho sempre fatto il possibile affinché sentisse in me, in noi, i compagni che la aiutavano a star meglio nell’anima, nella mente e mai ho forzato il suo stato emotivo.

In nessun caso ho cercato di spronarla con metodi in cui fosse prevista l’insistenza o la mia “pretesa” della sua guarigione.

Ho sempre incitato il crescere della sua autostima facendo in modo che davvero fosse lei l’unica artefice di questo cambiamento, poiché io la desideravo viva e autonoma e non succube e dipendente da me.

Quando i suoi compagni uscivano dal parco, Cleo correva con loro sino alla porta, ma si bloccava su una linea invisibile senza avere il coraggio di superarla.

Rimaneva ferma lì, come se un muro impenetrabile le impedisse l’accesso, quindi sconsolata, seguiva dal basso dell’argine gli spostamenti dei compagni.

Avrei potuto metterle la capezza e con la lunghina aiutarla ad oltrepassare quel confine per lei insuperabile, ma il buon esito sarebbe stato per merito della cooperazione, della fiducia che aveva in me e non per aver guadagnato fiducia in se stessa.

Da quel momento Cleo sarebbe stata dipendente da me, avrebbe fatto qualsiasi cosa le avessi domandato, ma non perché libera di decidere, ma perché dipendente da me.

Per diverso tempo ho atteso quel momento che sapevo che sarebbe arrivato. Giorno per giorno le sono stato vicino, le siamo stati vicini, le abbiamo permesso di essere se stessa e libera.

Ho iniziato con lei un’altra partita a scacchi, molto più importante di quella fatta in precedenza, la vittoria doveva essere solo sua, il premio la sicurezza e l’autostima che l’avrebbero riportata a vivere.


Oggi Cleo è tornata!

Aperto il cancello, i cavalli sono usciti, come sempre fanno quando possono andare in quel terreno quasi proibito, Cleo corre con loro, ma rallenta e si ferma sulla linea di confine.

Questa volta però è diversa, vedo il suo corpo fremere, il suo collo dritto e la coda leggermente staccata dal posteriore.

Mi metto oltre il confine e la chiamo con la mano. Un gesto che lei conosce bene e che sa essere un invito, un suggerimento dato da un uomo di cui si fida.

Qualche secondo e… VIA, oltre quel muro ora abbattuto per sempre.

Corre con i compagni e si ferma con loro a brucare l’erba.

Noi tutti non riusciamo a non gridare di gioia.

Io piango e ho la pelle d’oca…

Anche oggi i cavalli sono riusciti a commuovermi al punto da avere gli occhi colmi di lacrime… lacrime sì, ma di gioia infinita.

Cleo è tornata.

Cleo è VIVA.

8 Giugno 2015:
L’uscita di Cleo dal campo.