Comunicare con il cavallo

Enrico Mezzogori Etologia Cognitiva

Guardare negli occhi il proprio cavallo; chiedergli con un cenno se ha voglia di fare una passeggiata, vederlo riflettere per qualche attimo per poi avvicinarsi in attesa di quel primo passo che ci porterà a riesplorare l’uno accanto all’altro i dintorni: sempre gli stessi ma sempre diversi.

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Comunicare è uno dei desideri più forti per chi ama gli animali e li frequenta, eppure… riflettiamo un attimo.
Cosa significa realmente comunicare?

Proviamo a capirlo partendo dal significato più semplice della parola comunicare: “rendere comune”.

La semplicità di questo concetto fa capire che comunicare significa cercare di rendere comune qualcosa che nasce in noi, che fa parte del nostro mondo interiore, come la nostra voglia di passeggiare assieme.
Se dovessimo cercare di trasmettere questo desiderio ad un amico verrebbe spontaneo semplicemente dirglielo, magari cercando di suscitare in lui la medesima piacevole immagine che in quel momento abbiamo ben presente; ma come possiamo fare con un cavallo?
Partiamo svantaggiati dalla tradizione e dalla cultura che ci ha abituati a vedere, percepire e considerare il cavallo attraverso gli stessi paradigmi da millenni. Un animale da domare e addestrare, un “compagno” per farci divertire in lunghe passeggiate, veloci cavalcate o per farci vincere una gara. Intelligente solo nella misura in cui è obbediente e “difficile” quando esprime la sua volontà.
In questa visione la comunicazione è sempre stata intesa come la capacità di far comprendere un ordine e di ottenere la sua esecuzione in risposta; una concezione estremamente ristretta e limitata di ciò che significa comunicare. Anche nei molti libri che parlano di relazione e comunicazione con il cavallo, salvo qualche rara eccezione, ci si accorge che in realtà l’argomento è l’addestramento e tutto è finalizzato unicamente a questo. Cercare di comunicare con un cavallo addestrato è come cercare di comunicare con un soldato fortemente condizionato da molti anni di servizio; risposte brevi, fisse e poche domande. Si conoscerà qualcosa del soldato, ma ben poco dell’uomo e di ciò che pensa, di ciò che prova, delle sue opinioni e dei suoi desideri. Una comunicazione funzionale, che non lascia molto spazio a quell’arricchimento reciproco che il comunicare può offrire.

Come con l’uomo anche con il cavallo è possibile andare oltre e instaurare una comunicazione più completa, più sociale. La strada per ottenerla passa attraverso un dialogo che ci permetta di conoscerlo e di farci conoscere dimenticando completamente i concetti di doma e addestramento; l’inizio di un processo comunicativo basato sul rispetto della sua identità e soggettività. Uno sforzo giustificato dal fatto che il desiderio di comunicare parte da noi, non certo dal cavallo, e quindi deve essere nostro l’impegno per creare quel vissuto comune che renda comprensibile la comunicazione.

Come si costruisce un processo comunicativo?

Rogers e Kincaid (1981) definirono la comunicazione:

“come un processo in cui i partecipanti creano e condividono informazioni allo scopo di raggiungere una comprensione reciproca”.

Se si pensa allo sviluppo di un processo comunicativo in questi termini si scopre che:

“Nel processo comunicativo si ha la massima efficacia quando due o più elementi cooperano per costruire assieme una realtà e una conoscenza condivisa e la comunicazione degrada al calare di questa condivisione e cooperazione fino a cessare del tutto quando diventa unilaterale.”

Applicare questi concetti significa stravolgere completamente quella che è ritenuta convenzionalmente “comunicazione” nell’interazione con i cavalli e che, in realtà, ha ben poco a che fare con un processo comunicativo.
Cerchiamo di capire un passo alla volta.

Realtà e conoscenza condivisa

Per comunicare si deve avere una percezione della realtà e del contesto perlomeno in parte comune e questo significa cercare di comprendere quale possa essere la realtà per un cavallo quando il suo sistema sensoriale, la sua percezione del tempo e dello spazio e il suo modo di concepire la vita sono sostanzialmente diversi dai nostri.
La nostra realtà è fortemente condizionata dalla nostra capacità immaginativa. Camminiamo pensando a mille cose: un appuntamento, una discussione, un evento appena accaduto e notiamo pochissimo ciò che ci circonda, le persone che ci passano accanto, i portoni che superiamo. Per un cavallo è l’opposto; vive il qui ed ora senza porsi troppi pensieri, ma notando ogni cosa, ogni cambiamento, in una valutazione continua dell’ambiente che lo circonda.
L’ambiente, gli oggetti, le cose importanti sono solo parte di un intero mondo che va riscoperto con valori e occhi diversi. Noi e il cavallo apparteniamo a due culture diverse che partono da basi molto distanti e che devono riuscire a colmare questo divario espandendo, attraverso un processo di conoscenza reciproca, le relative capacità di farsi capire, interpretare e rispondere comprensibilmente.
Si usa la parola processo proprio perché è necessario costruire assieme una base di conoscenze comuni attraverso i continui messaggi che ci si scambia, in un ciclo continuo di richieste↔︎risposte che ci guidano nella costruzione. Trascorrendo del tempo insieme, non solo noi conosceremo sempre meglio il cavallo e impareremo a interpretarlo ma anche lui imparerà a fare la stessa cosa con noi.

Come comunicare?

Elemento grafico che illustra le modalità di comunicazione verbale, non verbale e paraverbale

Fig. 1 - Semplice modello delle modalità di comunicazione

Nella comunicazione umana, basata principalmente sulla modalità verbale, abbiamo imparato a slegare le nostre intenzioni e il nostro stato d’animo da ciò che diciamo verbalmente, nonostante il nostro linguaggio non verbale e paraverbale continui a esprimere la nostra realtà interiore nella sua interezza. Sarà assolutamente inutile dire “calmati” e cercare di rassicurare il cavallo se siamo nervosi, agitati o arrabbiati, lui ci interpreterà sempre per ciò che siamo, non per ciò che vorremmo comunicare.
Il canale comunicativo con il cavallo si basa principalmente sulle modalità non verbali e paraverbali, proprio quelle che normalmente trascuriamo e su cui abbiamo uno scarso controllo. Questo significa che i nostri messaggi trasmettono un contenuto conscio e inconscio, ma che la parte maggiormente percepita dal cavallo è proprio quella che nasce dall’inconscio.
Il solo avvicinarsi ad un cavallo gli dà molte più informazioni di quante potremmo percepirne noi quando qualcuno ci si avvicina. La sua realtà dipende proprio dall’interpretazione di fattori quali l’aspetto fisico, la mimica facciale, la gestualità, la postura, la velocità, la direzione, ecc. ed in questo è notevolmente più bravo di noi.
Per entrare in sintonia con lui non ci rimane che lavorare intensamente su noi stessi e cercare di fare in modo che intenzionalità e stato emotivo coincidano il più possibile sia a livello conscio che inconscio. Un messaggio chiaro e consapevole, che rispecchi quello che proviamo, quello che vogliamo e quello che siamo. È difficile essere consapevoli di se stessi senza maschere e corazze, ma quando si capisce che realmente per loro siamo “trasparenti” e diversi dall’immagine che abbiamo di noi stessi, allora tutto diventa più facile e libero.

Cooperazione

Modello comunicativo di Schramm adattato
Fig. 2 - Modello comunicativo di Schramm adattato

Cooperare significa che anche il cavallo deve essere interessato, libero di costruire uno schema interpretativo del messaggio che riceve e ancora più libero di rispondere ciò che vuole per permetterci di conoscere realmente il suo mondo interiore e prenderne consapevolezza.
Tutti i cavalli hanno certe caratteristiche comuni, così come gli uomini hanno le loro, ma ogni uomo e ogni cavallo sono unici. Se conoscere etologicamente i cavalli ci fornisce un enorme supporto nell’iniziare un processo comunicativo è solo cooperando e condividendo reciprocamente che potremo fornirci i mezzi per quella specifica conoscenza l’uno dell’altro attraverso la quale codifica, decodifica e interpretazione possano attingere ad un contesto condiviso.
Sappiamo quanto è difficile comunicare con persone appartenenti ad una cultura diversa ed è ancora più difficile farlo quando si tratta di una specie diversa dalla nostra. La cultura di un cavallo, acquisita attraverso l’esperienza, l’ambiente e la relativa rielaborazione personale, viene quasi sempre ignorata per cercare di imporne una nuova che sia adatta alle nostre esigenze e necessità.
È il rispetto e la conoscenza della cultura dell’ Altro che permette una comunicazione reale ed efficace e il cooperare è sicuramente una delle strade migliori per rendersi conto che insieme non solo si comunica, ma si può creare una relazione ed un rapporto capace di espandere le singole capacità di comprensione del mondo che ci circonda.

La condivisione e cooperazione unilaterale

Nell’opera “Pragmatica della comunicazione umana” Watzlawick, Beavin e Jackson (1967) vengono enunciati i cinque assiomi fondamentali della comunicazione di cui il primo è: Non si può non comunicare, intendendo con questo che ogni comportamento, intenzionale o no, ha un valore di messaggio, anche il silenzio.
In realtà l’assioma non è corretto così come enunciato rispetto alla nostra definizione di comunicare, perché purtroppo si può benissimo non comunicare. (click per approfondimento)
L’assioma è stato sviluppato partendo dal presupposto che esista un osservatore interessato, capace di decodificare e interpretare correttamente i messaggi di chi osserva, ma non sempre è questa la situazione che viviamo.
Vediamo alcuni semplici esempi:

  • Se colui a cui parlo non mi ascolta perché distratto da altro non stiamo comunicando.
  • Se la mia cultura è diversa da quella del mio intelocutore e interpreto malamente i suoi messaggi non stiamo comunicando.
  • Il conduttore del telegiornale non comunica con me, mi informa.
Prendiamo un conferenziere che parla ad una ampia platea dal palco.
Sta davvero comunicando con il suo pubblico o lo sta semplicemente informando?
Dipende. Lo stanno ascoltando? Ognuno pensa ai fatti suoi?
Chi parla sarà certo di comunicare ad almeno una parte delle persone quando comincerà a sentire l’umore della sala in risposta alle sue affermazioni, ai suoi incipit, ai dati sorprendenti che sta esponendo. La comunicazione si sviluppa quando toni, pause ed espressioni sono in sintonia con la risposta della sala, con i rumori di approvazione o disapprovazione, quando il pubblico risponde.
Cosa c’entra questo con i cavalli?
Metaforicamente parlando qualcosa di simile accade anche quando ci si rivolge ad un cavallo; devo essere in grado di interessarlo, di catturare la sua attenzione, di ottenere la sua collaborazione attraverso le sue risposte. Un dialogo che ci permetta di creare una situazione in cui condividiamo frammenti di conoscenza, interessi e desideri. 
Più tempo dedichiamo a questo processo comunicativo più diventa facile e scorrevole invogliare a collaborare senza forzature perchè ci si conosce e ci si capisce.
Una situazione molto diversa da quella dei cavalli sottoposti ad addestramento. Qui il livello di comunicazione è ridotto ai minimi termini perché il concetto stesso di addestramento si basa sul condizionamento: scoraggiare comportamenti e risposte non funzionali ai desideri di chi addestra e premiare quelli che lo sono. In questa situazione la cooperazione viene richiesta ma non data e la condivisione si trasforma in imposizione. La comunicazione diventa, con parole molto semplici, “io invio messaggi; tu interpretali ed eseguili”.
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Consulente scientifico HorseManKind