Cos’è il Rispetto? Esiste negli animali? E come lo si ottiene da loro?

Sergio Albertin La filosofia HorseManKind

Il tema è molto complesso e sarebbe necessario dedicare molte molte pagine di scritto oppure parlare per tanto tempo, tuttavia cercherò di riassumere il mio pensiero.
Innanzitutto, credo che per discutere su questo tema sia necessario domandarsi il significato della parola “rispetto”.


L’etimologia della parola nasce da quella latina: “rispectus – respicere” che significa riguardare, aver riguardo, considerare.
La particella “re” ha valore di: di nuovo, addietro, e accenna ripetizione o indugio a “spicere”: guardare.
Il suo significato globale è: riguardo, considerazione, riverenza.
Anche come “riserva” ne troviamo il concetto, infatti, anticamente nelle milizie era sovente dire: “armi, munizioni e cavalli di rispetto”, cioè cosa serbata (conservata, custodita) ossia tenuta in riguardo per sostituire in caso di bisogno quella ordinaria che stesse per mancare.
Il vocabolario Treccani offre una vasta spiegazione del termine: vedi link.

Già leggendo quanto ho scritto ed eventualmente la spiegazione del vocabolario, è immediato comprendere che questo sostantivo è abbinato all’uomo e a tutto ciò che riguarda le sue relazioni.

Per me ad esempio il rispetto potrebbe significare la mia volontà di essere riconosciuto dall’altro in qualità di essere vivente con diritto di dignità e libertà di decisione. Per altre persone il termine potrebbe assumere altri significati come ad esempio l’essere valorizzati per le loro capacità professionali oppure per i loro diritti sociali. In certi ambienti, come ad esempio nella mafia, il vocabolo si abbina ai cosiddetti “uomini di rispetto”, poiché potenti e personaggi di spicco dell’organizzazione.
In sintesi, “rispetto” assume molteplici significati che sono sia soggettivi sia oggettivi e si modifica in funzione “dell’oggetto” a cui è indirizzato.
A questo punto dobbiamo porci una domanda: gli animali, i cavalli in questo contesto, hanno coscienza di cosa sia il rispetto? Ne conoscono il significato inteso come volontà di ciò che rappresenta nel darlo e nel volerlo?
Io sono convinto che sia più l’uomo ad essere avvezzo ad adoperare questo termine che gli animali, poiché l’essere umano è l’unica specie che ha cercato, e cerca, di sovrastare i suoi simili agendo con azioni atte ad annichilire ogni principio di etica. Essendo l’uomo vittima del suo stesso modo di fare e agire, coniò questo termine al fine di rendere chiaro cosa si intendesse dire quando ciò che più gli era caro, fosse usurpato per i soprusi fattogli subire da altri pari a lui.
E’ mia convinzione che l’animale non sappia cosa significa rispetto, poiché, diversamente dall’essere umano, non ha la necessità di applicarlo. Credo, infatti, che in lui vi è una innata consapevolezza dell’altro in qualità di soggetto esistente e, al pari di se stesso, con la necessità di mantenersi vivo. Esigenze soddisfatte con la “lotta” leale per la vita e mai con la prevaricazione.
Le dinamiche che si creano nei branchi in cui i cavalli assumono ruoli distinti e precisi, non sono, a mio avviso, da assegnare ad una sorta di rispetto insito nell’istinto, bensì ad un metodo tramandato geneticamente al fine di garantire la sopravvivenza del gruppo. Ogni individuo ha un “ruolo” specifico in cui il bene collettivo non viene soppiantato dalle necessità individuali ad eccezione in qualche caso di pericolo grave per la propria vita.
Possiamo perciò classificare questo loro atteggiamento come comportamentale, quindi nel caso specifico dei cavalli, nell’addestramento usare a nostro favore i loro istinti primari e le loro emozioni lo si associa al comportamentismo, nello specifico al condizionamento operante.

Alla luce di questa mia opinione, come si può ottenere il rispetto dal cavallo?
E’ una domanda che presuppone l’obbligo che noi stessi conosciamo valore e significato di questo termine.
Come soprascritto, non dobbiamo innanzitutto confondere le nostre esigenze individuali derivate da educazioni parentali e sociali con quanto desideriamo che il cavallo comprenda.
E’ bene iniziare a comunicare con il cavallo avvalendoci di ciò che lui comprende senza “sforzo”, vale a dire giovarsi dei suoi istinti primari quali sono il rendergli evidente la nostra esistenza nel mondo e il nostro diritto ad esservi con diritti e doveri.
Questo primo approccio lo possiamo effettuare mettendoci a distanza dal cavallo e rimanendo, per un tempo da valutare di volta in volta, ad una distanza in cui è chiaro che il cavallo nota la nostra presenza, ma non “urta” il suo istinto di sopravvivenza. Restando a quella distanza fare in modo, con gesti, voce tranquilla, sguardi, ecc.. che il cavallo non solo ci “classifichi” come esistenti, ma anche come capaci di agire. Sarà nostra premura far sì che egli comprenda che il nostro fare non è né pretenzioso né invadente e tanto meno con volontà di volerlo assoggettare.
Raggiunto il nostro primo obiettivo, il passo successivo sarà il mostrargli che abbiamo compreso che possiede uno spazio (bolla prossemica) che può essere valicato solo da chi ne ha il permesso. Questa autorizzazione la potremo conquistare avvicinandoci a lui lentamente e senza mai darci tempi in cui ottenere il risultato. Capiterà che avanzeremo per tornare poi sui nostri passi nell’accorgerci della sua crescente inquietudine.
Un errore comune è quello di toccare il cavallo sul corpo, e peggio ancora sul muso, non appena si è a contatto con lui. In quel modo abbiamo inficiato tutto il nostro paziente lavoro, poiché il messaggio che gli stiamo comunicando è: “volevo venire qui per un motivo e ora lo conosci” e quindi in futuro anche lui avrà lo stesso diritto.
Ci accosteremo perciò a lui e rimarremo lì, fermi e senza far nulla. Lo guarderemo, osserveremo ciò che ci circonda e con la nostra postura gli faremo comprendere che non desideriamo altro che condividere uno spazio senza nessun altro scopo che non sia quello di rivalerci del diritto di esistere come lui e di poter possedere, come lui, un posto in questo mondo.
Quest’ultimo è un messaggio che definisce il nostro diritto all’esistenza e gli comunica che non vi è un luogo ad uso “privato”, poiché solo il rispetto (vale a dire ciò che noi intendiamo con questo termine) ne determina l’uso in tempi e modi.
Tutto il procedimento può variare, poiché ogni cavallo ha una sua caratteristica e può “reagire” agli stimoli in modo non omogeneo ai suoi simili.
In queste prime fasi è importante far capire al cavallo che abbiamo anche noi i suoi stessi diritti, diritti precedentemente rispettati nel nostro modo di fare.
E’ certo che capiterà prima o poi che il cavallo si avvicinerà troppo a noi e senza la nostra esplicita volontà che avvenisse, quindi dovremo “dirgli” che non abbiamo gradito e lo faremo né più né meno come lui stesso ci ha fatto capire.
Tramite postura, gli daremo segnali di inquietudine, ma mai di paura, non dovremo sbracciarci né spingerlo con forza, ma semplicemente allungare le braccia per “allungare” il nostro spazio o aprire le braccia per renderci ai suoi occhi più grandi di quello che siamo in realtà (avviene anche in natura che alcuni animali adottano sistemi simili per apparire più corpulenti). Ad esempio, come prima cosa possiamo allontanarci dal cavallo di qualche passo, come spesso accade anche tra di loro quando in tranquillità non desiderano essere avvicinati. Ci sposteremo da lui con calma e ci fermeremo a qualche passo di distanza ignorandolo e aspetteremo una sua reazione. Nel caso si ripetesse nuovamente una sua “invadenza” riproporremo la situazione precedente e nel qual caso non sortisse effetto tenteremo con la postura e le braccia allungate o aperte. Presupponendo che anche in questo caso non ottenessimo il risultato voluto, usciremo dal paddock. Potremmo successivamente rimanere all’esterno e, secondo i casi, anche spostarci a molta distanza da lì, perché il tutto è subordinato ai motivi che ci porteranno a compiere quella scelta.
Quanto ho appena descritto è ovviamente possibile se il rapporto che tentiamo di stabilire è “fresco”, nuovo, poiché se un cavallo dovesse essere “corretto” l’approccio dovrebbe subire dei cambiamenti.

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Sergio Albertin

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Presidente e fondatore della filosofia HorseManKind (per maggiori informazioni cliccami)

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