Free Life – Il compromesso della cattività

Sergio Albertin La filosofia HorseManKind

Cavalli in corsa nel desertoVita libera, vivere come esseri in grado di decidere per se stessi e di scegliere il modo in cui la si vuole condurre. Al mondo non esiste essere vivente che preferisca la prigionia, la schiavitù, alla libertà, e con le nostre guerre noi esseri umani ben lo sappiamo.
Chi ha un cavallo e lo accudisce con amore offrendogli luoghi in cui vivere in modo sano e sicuro, qualche volta può essersi chiesto quanto è giusto che uno spirito libero come il cavallo sia costretto a rimanere confinato in uno spazio che, per pur grande che sia, non lo sarà mai come il mondo intero. È una domanda che rattrista chi se la pone, poiché in quel momento si sente egoista. È convinto che anche il suo cavallo vorrebbe vivere in libertà e non all’interno di un paddock.

Transfert, ecco cosa si vive quella persona. Noi non accetteremo mai di vivere in prigione, pur dorata che sia, perché vogliamo andare dove desideriamo e fare ciò che ci pare e quando ci pare. È comunque un transfert che ha una sua logica, perché sappiamo che gli animali soffrono in cattività.

Leone su un cavalloZoo, circhi equestri e quant’altro, sono il frutto dell’egoismo dell’uomo che adduce blande scuse per giustificare il carcere a vita imposto a quei poveri animali. Dobbiamo dunque sentirci in colpa se abbiamo un cavallo? Il “possederlo” non è simile a quanto fanno i circensi che sfamano i loro animali in cambio del loro lavoro? In fondo, e pensandoci bene, chi va a cavallo lo deve “domare” con esercizi che un cavallo mai farebbe per libera scelta, poi gli mette una sella sulla groppa per salirgli sopra. Non è forse egoistico tutto questo? La nostra voglia di correre per boschi, prati o arenili, non ci rende una sorta di “padroni”?

Per dare una risposta a queste domande è necessario innanzitutto fare due distinzioni nel modo in cui abbiamo deciso di far vivere il nostro cavallo.

Prima distinzione.

Cavallo chiuso in un boxIl nostro cavallo vive in un box, quindi non in  branco, e lo andiamo a prendere solo quando vogliamo saltare qualche ostacolo, fare una passeggiata o esibirci mettendo in mostra quant’è elegante nei movimenti?
Se la risposta è affermativa, be’ credo che non sia necessario un commento approfondito, perché, a mio avviso, l’egoismo è palese così come è evidente il disinteresse per la qualità della vita del cavallo.
Certo, ora insorgeranno contro di me molte persone che ritengono sia corretto quello che, a loro avviso, offrono al loro cavallo. Anche se in disaccordo, rispetto la loro opinione, poiché ognuno fa i conti con la sua coscienza e quando questa è in pace non sarò certo io a volergliela squassare, tuttavia vorrei che vi soffermaste a riflettere su queste semplici domande:
vorreste essere costretti a vivere per tutta la vostra vita chiusi in una stanza, che nel “regno” umano si chiama condanna all’ergastolo?
Vi piacerebbe che di tanto in tanto qualcuno venisse, vi prendesse e vi facesse fare quello che vuole lui? E questo solo perché vi dà da mangiare? Nel “regno” umano questo capita quando si concede l’ora d’aria, quella della ricreazione o nel lavoro riabilitativo.

Seconda distinzione.

Cavalli liberi in un pratoIl nostro cavallo vive le sue giornate all’aperto, in paddock spaziosi, in compagnia di altri cavalli e quindi si rispetta la sua natura della necessità del branco? Gli restiamo accanto, lo accudiamo con tenerezza, quando andiamo da lui? Gli lasciamo libertà di scelta e lo consideriamo un essere intelligente e con dei diritti pari ai nostri?
Se la risposta è affermativa, come la distinzione precedente, si è egoisti, ma con una sostanziale differenza.
Pensiamo sia a noi stessi sia al nostro cavallo.
Quindi è un “sano” egoismo, vale a dire che pensando a se stessi si procura benessere a qualcun altro, che è esattamente l’opposto dell’egoismo unidirezionale. In quest’ultimo, infatti, l’interesse dell’uno sovrasta l’altro, ogni sua azione è mirata al raggiungimento di un traguardo in cui è considerato solo il proprio benessere.
Ma anche se “sano” l’essere egoisti relega ugualmente i cavalli in spazi più ristretti e toglie loro la libertà. Quindi come poter togliere quel senso di colpa che di tanto in tanto si affaccia nell’animo delle persone sensibili? Quel “rimorso-dispiacere” che fa domandare quanto sia giusto tenere un cavallo in cattività?

Ecco la risposta.

Il nuovo nasce dal vecchio, e questo è assodato, quindi noi oggi ci adeguiamo a quanto i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità.

Loro hanno addestrato i cavalli per spostarsi da un luogo all’altro! Sempre loro hanno addomesticato i buoi per arare i campi e ancora loro hanno reso domestici i cani per farli lavorare come custodi del gregge e della proprietà!
Possiamo biasimarli? Una domanda a cui è quasi impossibile dare risposta equa, poiché il nostro oggi è il risultato delle loro scelte. Non possiamo sapere cosa avremmo fatto noi se ci fossimo trovati a dover fare quelle scelte che dovettero fare loro e che in seguito portarono al nostro futuro.
Avremmo anche noi addomesticato i cavalli per poterci spostare da un luogo all’altro? Non lo sapremo mai, anche perché oggi esiste una sensibilità maggiore nei confronti degli animali rispetto a qualche centinaio di anni fa e oltre.

Una cittàMolti animali oggi sono domestici o allevati e sono figli di altri animali nati alle stesse condizioni. I grandi boschi e territori verdeggianti hanno da tempo lasciato spazio al cemento delle città, quindi se all’unanimità si decidesse di liberare cani, gatti, buoi, mucche, cavalli, ecc… li condanneremmo a morte. Dove andrebbero? Come si procurerebbero il cibo?
Gli spaziosi territori di caccia non ci sono più e lo spazio in cui potrebbero addensarsi sarebbe talmente esiguo che si verificherebbero casi di cannibalismo sia per cibarsi sia per poter guadagnare un piccolissimo territorio in cui vivere.
Questo macabro panorama è quanto basta per cancellare qualsiasi senso di colpa che ci fa interrogare quanto sia giusto allevare un cavallo in modo “naturale”, dar loro cibo in abbondanza, acqua fresca e compagni con cui vivere in sicurezza.
Il nostro amico cavallo è consapevole, così come lo sono tutti gli esseri viventi, di cosa gli procura dolore e di ciò che gli dona piacere. Il nostro cavallo è quindi capace di attribuire al suo partner umano le agevolazioni che gli rendono gradevole la vita, poiché è consapevole che grazie a lui non teme né di non avere cibo e acqua né tantomeno di poter divenire lui stesso una preda. Questa “coscienza” è biologicamente provata, difatti tutti gli esseri viventi sono in grado di stabilire chi rappresenta un pericolo e chi una sicurezza, e va da sé che quest’ultima sia ricercata ed apprezzata.

Cavalli in groomingSe rispettiamo il nostro cavallo e gli doniamo quanto gli è necessario per vivere con dignità, lui ricambierà spontaneamente alle nostre richieste, poiché è una legge che vige in natura: la reciprocità.
Nulla è gratuito in natura, poiché per avere qualcosa, qualcos’altro devi dare. Nei cavalli, ad esempio, per essere capo branco si deve essere forti e combattere con i predatori per difendere il branco. Questa regola vige per tutti gli esseri viventi, anche nell’uomo. Solo il buonismo fa credere che si può donare senza avere nulla in cambio, perché qualcosa lo si riceve sempre e quando non lo si vede è solo perché si cela nelle profondità delle esigenze emotive.
Allontaniamo, quindi, da noi i sensi di colpa e rallegriamoci di offrire al nostro cavallo fieno, erba, acqua e ampi spazi per correre con i suoi compagni di branco. Lui ricambierà spontaneamente  e offrirà giochi, corse gioiose e galoppate, e non stupiamoci neppure quando ci verrà incontro nel momento in cui ci vedrà: lui sa che siamo importanti per la sua vita; una vita serena.
Diamo a lui amore senza aspettarci però di essere ricambiati con gesti d’affetto, perché per lui i nostri modi di fare sono “alieni” e, soprattutto, sforziamoci di non pretendere che ci dia quello che desideriamo, solo perché dovrebbe esserci grato per quello che facciamo per lui.
La reciprocità non si compra né con il cuore né con le azioni; tutto deve essere spontaneo e senza secondi fini, anche se questi sono semplicemente ottenere espressioni di dolcezza o di considerazione, tra l’altro emozioni prettamente umane e non equine.

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Sergio Albertin

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Presidente e fondatore della filosofia HorseManKind (per maggiori informazioni cliccami)


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