Il tic d’appoggio: stereotipia o disturbo ossessivo-compulsivo?

Valentina Mauriello Etologia

Il Tic o ticchio d’appoggio (in inglese “crib-biting”) è il più frequente dei comportamenti ripetitivi che i cavalli possono esprimere. Si presenta nella popolazione equina con una percentuale che varia dal 5 al 15%. La manifestazione tipica è quella dove il cavallo afferra con gli incisivi una qualsiasi base d’appoggio (es: la parte superiore della porta del box o il bordo della mangiatoia). Può, con o senza appoggio, introdurre aria nell’esofago e nel farlo emette un rumore caratteristico. In questo caso si parla rispettivamente di tic d’appoggio aerofagico e tic aerofagico (“windsucking”).

Il tic d’appoggio può avere diversi gradi di espressione, può essere un comportamento presente ma che non altera più di tanto lo stato di salute fisico dell’animale o in casi limite può diventare talmente incessante che il cavallo preferisce ticchiare piuttosto che mangiare, muoversi o spendere del tempo interagendo con i propri simili. In questi casi solitamente i cavalli perdono peso, possono avere episodi di colica per l’eccesso di aria introdotta nell’apparato digerente e i loro incisivi risultano consumati con possibili problemi di malocclusione dentale. Curiosamente questi comportamenti non sono osservabili negli asini.

Nell’uomo esistono due tipi di comportamenti ripetitivi:
1) Stereotipie = comportamenti di innesco persistente di pattern motori.
2) Comportamenti ossessivo-compulsivi = comportamenti relativi al conseguimento di uno scopo ricorrente.
Alcuni studiosi ipotizzano sia importante fare questa distinzione e propendono per definire i comportamenti del cavallo come ossessivo-compulsivi. Perché questa precisazione? Perché se si trattasse di disturbi ossessivo-compulsivi, significherebbe che, forse, se si riuscisse a capire l’esigenza del cavallo quando manifesta questo disagio in fase iniziale, probabilmente si potrebbe evitare la reiterazione continua e la “fissazione” del comportamento, oppure mantenerne l’espressione a un livello accettabile per la salute dell’animale.

È interessante osservare come molte stereotipie equine si manifestino nei puledri entro circa un mese dallo svezzamento in corrispondenza di grandi cambiamenti. Generalmente vengono identificati come fattori associati a queste stereotipie uno svezzamento brusco, una bassa quantità di foraggi a disposizione e scarse opportunità di contatti sociali.

È opinione comune che le più frequenti stereotipie equine (come tic d’appoggio e ballo dell’orso) siano causate dalla noia. La noia probabilmente è un fattore concomitante, ma non ne è la causa. Lo dimostra il fatto che, a parità di gestione, solo una piccola percentuale di cavalli (rispetto alla totalità della popolazione equina) manifesta questo comportamento.

Altra opinione comune è che i cavalli possano apprendere il comportamento da altri cavalli. In realtà è stato dimostrato come non esista un fenomeno di apprendimento, piuttosto è molto probabile che cavalli simili sottoposti allo stesso sistema di gestione, attuino lo stesso tipo di comportamento.

Classicamente i biologi considerano un comportamento adattativo un comportamento che determina benefici funzionali all’individuo (in termini di sopravvivenza o successo riproduttivo). Nei cavalli domestici, questa considerazione è limitata dal fatto che questi animali vengono gestiti in condizioni che (più o meno marcatamente) differiscono dall’ambiente in cui questa specie si è evoluta. Perciò spiegarsi il valore adattivo di un determinato comportamento espresso da un animale domestico (e che non viene espresso in natura) è una faccenda piuttosto complicata. L’animale sta rispondendo in maniera sensata (anche se noi ancora non ne capiamo il senso) a nuove sfide ambientali che in natura non avrebbe.

Esistono vie dopaminergiche nel cervello del cavallo che sembrano implicate in questa stereotipia. La dopamina è un neurotrasmettitore prodotto in alcune parti dell’encefalo che viene rilasciato in seguito a stimoli che producono motivazione e ricompensa. Nei cavalli che manifestano il tic d’appoggio i livelli di dopamina sono più elevati rispetto a cavalli che non manifestano questo comportamento. La dopamina induce una sensazione piacevole ed euforica, è probabile che alla base della reiterazione del comportamento ci sia una sorta di auto-rinforzo positivo, mediato da questo neurotrasmettitore cerebrale. Questo potrebbe spiegare perché spesso cambiare gestione e fornire compagnia o fieno in quantità non diminuisce necessariamente la manifestazione di questi comportamenti. O il comportamento si fissa e si perpetua indipendentemente dall’evento scatenante iniziale, oppure esiste uno stesso percepito emotivo che si mantiene al di là del cambio gestionale.

Alcuni ricercatori inglesi hanno osservato come cavalli che ticchiano abbiano all’esame post-mortem una differente espressione di recettori per la dopamina in un’area specifica del cervello: il corpo striato nella sua porzione dorso-mediale. Questa parte del cervello nell’uomo viene attivata da stimoli associati a ricompensa, avversione, stimoli nuovi, inattesi o intensi. La funzione dei neuroni di questa porzione è quella di valutare le contingenze tra azione e risultato dell’azione, elemento che determina la motivazione ad eseguire una determinata azione (a seconda della sensazione che ne deriva) e la capacità di modificare prontamente e in modo flessibile strategie o modalità di risposta comportamentale di fronte ai cambiamenti. In altri interessanti studi hanno potuto osservare come i cavalli ticchiatori abbiano differenti capacità di apprendimento, cioè che siano in grado di apprendere facilmente tramite associazioni stimolo-ricompensa come gli altri cavalli, ma hanno più difficoltà nel valutare quale sia l’opzione migliore (cioè, in comparazione a cavalli che non ticchiano, non sono in grado di discriminare altrettanto bene tra una ricca e una magra ricompensa). I cavalli non nascono con questa differenza cerebrale, bensì (essendo il cervello un organo dotato di plasticità) questa si produce nel tempo come risultato di un adattamento.

Quale è il vantaggio per questi animali? Per quello che possiamo dedurre da questi studi questi cavalli possono sopravvivere ugualmente, a una vita che per quei singoli soggetti probabilmente non è particolarmente soddisfacente, tanto che hanno sviluppato un adattamento (anatomico e funzionale) per non riuscire a valutare se quello che è il ricavato emotivo è “tanto o poco”. Possono quindi accontentarsi molto meglio di quello che c’è, compensando attraverso l’espressione di un comportamento che determina per quell’animale un beneficio (una sensazione piacevole?).

Uno studio interessante ha notato come i ticchiatori esprimessero maggiormente questo comportamento nelle 2-8 ore successive alla somministrazione di mangime. Queste e altre osservazioni (come la diagnosi di ulcere gastriche in questi soggetti o la diminuzione dell’espressione del comportamento in alcuni soggetti in seguito a trattamenti anti-ulcera) hanno fatto sì che si ipotizzasse una correlazione tra tic d’appoggio e irritazione gastro-intestinale. Secondo queste ipotesi il cavallo nell’appoggiarsi e nell’introdurre aria produrrebbe più saliva per tamponare l’acidità gastrica. Studi recenti smentiscono questa ipotesi e dimostrano come in realtà i cavalli che ticchiano non producano più saliva e che non si abbia alcun effetto tampone a livello gastrico. Il fatto che il cavallo possa avere ulcere gastriche non è un fattore che predispone a manifestare il tic d’appoggio, semplicemente si tratta di due processi concomitanti e possono essere il risultato di una stessa attivazione psico-emotiva.

Spesso viene notata una maggior espressione di questi comportamenti successivamente a manifestazioni aggressive nei confronti dei propri simili (per esempio i vicini di box), a manifestazioni di rabbia o in seguito a dinamiche relazionali (principalmente con i propri simili) che il cavallo ticchiatore non sa bene come gestire.

Per il proprietario solitamente è un problema frustrante e del quale in qualche modo si sente responsabile. La tendenza immediata è quella di cercare una soluzione per eliminare il comportamento. Esistono diversi mezzi fisici a disposizione (fili elettrici, repellenti, collari, collari elettrici, museruole…ecc), fino a interventi chirurgici sui muscoli che permettono il movimento del ticchio. Questo approccio può tradursi in una lotta costante fino all’esasperazione. I cavalli infatti adottano le più creative strategie per riuscire a ticchiare ugualmente. In più non appena si rimuove l’impedimento il comportamento viene manifestato nuovamente ma in maniera anche molto maggiore rispetto a prima.

Se il comportamento fa parte di una manifestazione fisica, psichica ed emotiva di disagio, inibirne l’espressione può aumentare in maniera considerevole questo disagio. A oggi i ricercatori sono concordi nell’affermare che i mezzi fisici comunemente utilizzati possono influenzare in maniera significativa il benessere dell’animale. Bisognerebbe riconsiderarne il loro utilizzo a favore di sistemi che consentano al cavallo una certa espressione del comportamento (che difficilmente può essere eliminato) determinando arricchimenti ambientali e gestionali che possano avere un’influenza sulla sfera psico-emotiva dell’animale. Non esiste una ricetta valida ed efficace per tutti, bensì è necessario osservare quali sono le situazioni in cui ticchia di più o di meno. Occorre tempo, la disponibilità di mettersi in gioco e nel cambiare qualcosa. Muovendoci in questo modo forse sarebbe possibile evitare di arrivare a situazioni limite dove il ticchio diventa l’unica attività che per il cavallo vale la pena compiere.

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