Immagina

Gianna M. Veronesi EquiMomenti

Avevo nove anni quando mio padre, per la prima volta, mi portò a visitare un maneggio. Non conoscevo il mondo dei cavalli, né tantomeno loro.

Alessia, l’istruttrice, mi fece vedere i pony che facevano lezione con i bambini: Nerina, Vittoria e Silver. Non mi ricordo su quale dei tre salii per la prima volta. Non era importante chi fosse, era importante prendere confidenza con la schiena del cavallo e con il movimento sinuoso del passo. Ricordo, però, la prima volta che partii al trotto. Fu una sensazione stranissima. Ero completamente fuori equilibrio, il pony sotto di me trottava in circolo, a testa bassa, tenuto alla longhina da Alessia e io rischiai di cadere più volte. Ci è voluto qualche giorno perché io mi abituassi a quell’andamento, a “battere la sella”.

Cominciò a piacermi molto, mi appassionai tanto ai cavalli, volevo continuare. Mio padre, per agevolare la mia crescita, decise di prendere uno dei tre pony in mezza-fida. Nerina era la mia preferita. Ma, nonostante questo, non ero sempre io a montarla, lei veniva cavalcata anche da altri bambini e le poche volte che riuscivo ad esserci io con lei, il tempo era poco. Stavo raramente con lei al di fuori di quando ero sopra di lei. Mi ricordo molto bene la sensazione di stranezza che questo mi causava, ma, allo stesso tempo, non riuscivo a spiegarmela. Non mi riconosceva e non mi cercava, lei non interagiva con me. Com’era possibile che Nerina fosse “mia” senza esserlo?

Crescendo, abbiamo cambiato vari maneggi. In uno non insegnavano tanto bene, l’altro era troppo lontano, alcuni erano troppo costosi. In ognuno di questi ho cercato di instaurare un legame stretto con un determinato cavallo. Ma non lo sentivo. Montavo, saltavo, mi divertivo. Ho cominciato a pensare che fosse normale, che i cavalli riconoscessero le persone, ma non ci si affezionassero più di tanto, oppure che ci si affezionassero, ma che non avessero le capacità per dimostrarlo, o che lo dimostrassero in qualche modo impercettibile che noi non eravamo in grado di capire.

“Guarda che bel cavallo e come sta bene” era la frase che sentivo rimbombare più spesso tra le pareti della scuderia. Gli stallieri li prendevano fuori dai box, li lucidavano, gli tiravano qualche pacca sulla spalla e li sellavano per il cavaliere di turno. I proprietari più affezionati dedicavano più tempo alla loro pulizia, stavano ore a coccolarli, a dar loro baci sul naso morbido, a spazzolare criniera e coda, perché non ci fosse neanche un nodo. A distanza, però. Troppo contatto avrebbe forse infastidito il cavallo, o l’avrebbe spaventato. Ogni azione doveva essere fatta con cautela. Poi una carota, la sella, gli speroni “per sollecitare”, la frusta lunga “per ingaggiare”, il “morso” per guidare, qualche “punizione” per correggere. Alla fine, un’altra pacca sulla spalla e qualche ciuffo d’erba. Ecco, questo era forse il momento che preferivo. Guardare il tramonto mentre ascoltavo il brucare del cavallo che avevo a fianco.

A diciassette anni ho conosciuto un puledro che mi ha sconvolto la vita, nel verso senso della parola. Era il cavallo più buono del mondo quando eravamo l’uno accanto all’altra, mi scaraventava a terra quando io ero sopra di lui. Sicuramente un addestramento fatto male, sicuramente non gli avevano dato l’amore che meritava, sicuramente con il mio, di amore, sarebbe migliorato. Eppure tutto ciò che lui voleva e tutto ciò in cui impiegava tutte le sue forze, quando lo montavo, era uscire da quel rettangolo di sabbia dove lo rinchiudevo. Eppure, quando saltavamo insieme, lui correva all’impazzata, come se ci fosse un leone ad inseguirlo, come se cercasse una via di fuga, non trovandola. Com’era possibile tutto questo se io lo amavo? Che tipo di relazione avevo instaurato con lui? E con tutti gli altri cavalli che erano passati sotto di me negli anni? La risposta era ed è semplice: nessuna. Non c’è relazione senza comunicazione, non c’è comunicazione senza comprensione, non c’è comprensione se c’è uno che domina e l’altro che subisce. Se questo vale tra uomo e uomo perché non dovrebbe essere lo stesso tra uomo e cavallo?

Immagina di entrare in un campo dove vive un branco di cavalli liberi. Niente box, niente spazi bui e angusti, niente sbarre di metallo, né finestrelle di legno da dove poter a malapena sporgere la testa. Solamente il verde vivido dell’erba, il fruscio del vento tra le foglie degli alberi e il suo accarezzarti il corpo e le mani, il sole che ti scalda. Il cinguettio degli uccelli, il ronzio delle api sui fiori appena sbocciati e il profumo di questi. E loro, i cavalli, che brucano in lontananza, immersi in tutto ciò che li circonda. Immagina che questo non sia solamente un momento di fine “lavoro” con il cavallo, ma che sia una vita intera. La loro vita. Quella che noi gli abbiamo tolto. Perché è sempre stato più facile adattarli alle nostre esigenze – o meglio, quelle che pensiamo lo siano – e plasmarli a misura d’uomo. Peccato che questo lede il principale diritto di ogni essere vivente: quello di vivere la propria vita secondo sé stesso, a misura di sé stesso, non di qualcun altro. E questo non te lo dirà nessuno, lo potrai vedere da solo. Lo vedrai quando entrerai nel loro mondo e ricorderai che forse quello è anche il tuo mondo, che anche tu ne fai parte, ti appartiene e ti è sempre appartenuto, anche se lo hai accantonato per tanto tempo.

Immagina di poterti avvicinare ad uno di loro, un cavallo mai domato e mai addestrato, ma che, semplicemente, ha conosciuto l’uomo. Ha compreso come siamo fatti, qual è il tono della nostra voce, come ci muoviamo, come guardiamo, come ascoltiamo. Accadrà qualcosa di straordinario. Perché lui sceglierà di stare con te. Lo sceglierà perché è libero di scegliere e, all’interno della sua libera vita, ti darà la possibilità di conoscerlo e di farti conoscere. Ti esplorerà con i suoi sensi, starà accanto a te mentre bruca la sua erba preferita, mentre osserva il circostante, mentre riposa con i suoi compagni. Ti manderà dei messaggi e cercherà di comunicare con te. Perché vedrà in te un compagno da scoprire e con cui trascorrere il suo tempo, non un uomo a cui obbedire. Sarai suo amico, non il suo padrone. Sentirai non solo di aver ritrovato la tua vera essenza, ma sentirai anche di poterla condividere, questa essenza, con loro, perché è la stessa. Non cercherai più quel legame che ti è sempre sfuggito dalle mani, perché ti scorrerà nelle vene.

Immagina di essere una parte voluta della libera vita di un cavallo. C’è cosa più bella della scelta di un altro essere vivente di donarti del tempo? Senza paura, né timore, né obbedienza, né condizionamento, ma semplicemente perché sei uomo – essere vivente, non essere umano – e, come tale, lui ti percepisce?

Io ho immaginato per tantissimo tempo tutto questo. Poi ho smesso. Non perché ho scoperto che è irrealizzabile, ma perché ho cominciato a viverlo. Perché tutto questo, finalmente, l’ho trovato.

Informazioni sull'autore
Gianna M. Veronesi

Gianna M. Veronesi

Facebook

Studente 2° Livello presso HorseManKind - Studente Scienze e Tecniche Equine presso UNIPR - Tirocinante UNIPR presso HorseManKind

condividi l’articolo sui tuoi social network