Risposte a domande frequenti

E' possibile portare il mio cavallo da voi?
Ci fa sempre molto piacere quando ci pongono questa domanda, che arriva immancabilmente ogni volta che riceviamo una visita al nostro Parco. E’ bello che venga notato come i cavalli siano sereni, tranquilli ma non “spenti”, bensì vivi e vivaci; come le loro dinamiche siano “pulite” e senza aggressività o tensioni. La nostra più grande soddisfazione è stata quando ci hanno detto: “sembra un branco in natura, come quelli dei documentari!”
Purtroppo però ogni volta dobbiamo, con enorme dispiacere, dire che non è possibile accettare altri cavalli. Il motivo è facilmente intuibile leggendo la pagina del sito: la filosofia applicata.
Come avrete potuto notare dalla lettura della pagina, la scelta è stata fatta per le particolari caratteristiche del branco, per il tipo di relazioni interspecie costruite e per tutti gli altri motivi specificati nella pagina stessa.
Ci auguriamo che la nostra scelta, oltretutto per noi antieconomica, ma profondamente sentita, sia compresa ed accettata, e non venga ritenuta un rifiuto immotivato.
Vi ringraziamo per la vostra comprensione!

P.S.: Ovviamente, per stazionamenti di pochi giorni per un corso o una passeggiata, esistono le strutture messe a disposizione dall’agriturismo-allevamento Prato Pozzo, ossia il luogo ove risiede il nostro Parco.
Le strutture comprendono box e paddock con capannina.
Per maggiori informazioni: clicca qui.

E' possibile applicare l'approccio HorseManKind da sella?

Risponde direttamente Sergio Albertin:

“Questa filosofia è eseguita a terra, perché è da lì che inizia e si evolve il percorso della relazione.
A formazione avanzata insegneremo al cavallo a comprendere alcuni messaggi vocali che potranno esserci utili in sella come il GO, BACK, STOP, e così via.
Per giustificare lo stare in sella sul nostro cavallo è “obbligatorio” che vi sia un rapporto tale in cui il cavallo accetta la nostra presenza su di lui, poiché gli siamo utili. Una sorta di reciprocità in cui lui avrà compreso, prima da terra, che ascoltarci e capirci va a suo pro, poiché avrà appreso che tramite la nostra capacità astrattiva il suo spazio di sicurezza si amplia al punto da essere quasi illimitato.
Standogli poi in groppa lo aiuteremo a non temere nulla e lui si affiderà ai nostri suggerimenti, perché si sentirà sicuro di noi e delle nostre decisioni.
Stando in sella insegnerò poi a comunicare con il cavallo tramite le redini, la voce e il tatto per compiere movimenti da eseguire solo in una piccola arena.

Io insegno alle persone ad avere un rapporto di questo tipo con il loro cavallo, mentre insegnare lo stare in sella nel modo corretto (giusto assetto e leggerezza) e l’equitazione li lascio a istruttori specializzati e con maggiore esperienza che condividano comunque la filosofia“.

E' possibile formare con l'approccio HorseManKind cavalli aggressivi o addirittura pericolosi?

Risponde direttamente Sergio Albertin:

“Non è possibile formare un cavallo non tranquillo, poiché significa che tra partner umano ed equino non si è stabilita, o non esiste affatto, quella relazione che lo rende possibile.
Solo dopo aver acquisito almeno un minimo di relazione possiamo iniziare ad interagire con il cavallo, perché solo in questo modo ci permetterà di entrare nel suo spazio prossemico personale e poi intimo.
Le distanze con cui si permette ad altri esseri di avvicinarsi varia da specie a specie (bolla prossemica) e ogni soggetto modifica la regola di base (distanze) in proporzione alle sue esigenze e agli stati emotivi (per l’uomo anche sentimentali).
Va da sé che un cavallo pericoloso, o difficile, ha dei motivi specifici per essere in quello stato e che spesso, se non sempre, non dipendono da lui o dalla sua natura, ma da quanto ha vissuto in precedenza e da cosa ha dovuto subire o difendersi.
In quel suo modo di fare, ed essere, quel tipo di cavallo tollera a malapena che un altro essere si trovi a distanza da lui all’incirca all’interno dello spazio prossemico sociale, vale a dire fino a qualche decina di metri, tuttavia è molto probabile che dia segni di insofferenza e nervosismo già nel momento in cui è “invaso” il suo spazio prossemico pubblico, che va da decine di metri in poi.
In quel caso, per quanto mi riguarda, mi comporterei allo stesso modo di come ho agito con i miei cavalli che erano completamente sdomi ed alcuni semi-bradi.
La prima volta che sono entrato nel paddock (dove si trovavano prima che li trasferissimo nel nostro parco) hanno iniziato a correre come pazzi per fuggire da me, poiché né mi conoscevano né sapevano le mie intenzioni. Con calma mi sono messo in un angolo riparato per stare in un posto sicuro. Sono rimasto lì, fermo, senza fare nulla e mantenendo un atteggiamento emotivo neutrale, che non significa assente, al contrario ero attento e mostravo loro di esibire la mia presenza.
Ovviamente non riesco a descrivere in poche righe cosa ho materialmente fatto e come, quindi mi limito a questa breve descrizione per far comprendere come la penso.
Nei giorni seguenti, sono entrato nel paddock facendo sempre attenzione a rispettare il loro spazio che, tuttavia, variava di volta in volta, difatti si restringeva, poiché con metodi di comunicazione sensoriale (uso reciproco dei sensi) attiravo la loro attenzione e desiderio di scoprire chi fossi, cosa volessi e facessi lì tra loro.
A distanza di un mese da quella prima volta, tutto il branco mi veniva incontro ogni volta che entravo nel paddock. Ora si trovano in un parco di 4 ettari e fanno la stessa cosa non appena arrivo indipendentemente da dove si trovino.
Solo dopo qualche mese ho iniziato una relazione comunicativa con loro, poiché prima ho atteso che per i cavalli fossi diventato un “elemento” noto e anche desiderato.
Con un cavallo difficile e pericoloso, mi comporterei allo stesso modo con cui ho approcciato con i miei, aggiungendo però una profonda attenzione ai suoi atteggiamenti per comprendere cosa gli scatena quegli stati emotivi per poi cercare di alleviarli e in seguito eliminarli.
Solo una volta raggiunta l’intesa per via dell’inizio della relazione inizierei con lui un percorso di comunicazione e in seguito di formazione socio-cognitiva.
Come si può ben capire il mio approccio poco si addice a chi per carattere o necessità ha fretta di “domare” e che quindi preferisce scegliere strade più veloci.”

La differenza sostanziale rispetto ai metodi tradizionali è che mentre con questi ultimi si ricerca la relazione tramite degli esercizi fisici, con l’approccio HorseManKind si ricerca la relazione esclusivamente in modo naturale (vedi: naturalità, neutralità) e non tramite un addestramento. La formazione arriverà solo in seguito, una volta che la relazione si sarà consolidata.