Parole silenti

Emanuela Bartoli EquiMomenti

Dopo tanto tempo brutto, con nuvoloni bassi e giornate grigie, finalmente una giornata serena, con un cielo azzurrissimo.
Oggi i cavalli avevano voglia di stare beatamente al sole: come non essere d’accordo?
Al nostro arrivo erano vicino alla club house, chi sdraiato, chi appisolato in piedi, chi brucando pigramente un po’ di erbetta.
Lentamente – quasi come un bimbo che al mattino non ha voglia di alzarsi dal lettone perché si sta troppo bene al calduccio sotto le coperte – si destano, ci guardano e ci vengono incontro con quel caratteristico passo ondeggiante da dolci scansafatiche.
Dopo averli salutati tutti, raggiungo Tina con la striglia e la spazzola. Lei adora quando le tolgo tutto il fango che le raggruppa il lungo pelone invernale e la criniera bionda. Con la striglia in mano, mi avvicino a lei; come sempre, le chiedo cosa ha voglia di fare facendogliela annusare. Ormai tra me e lei sembra si sia creato un dialogo silenzioso, fatto di micromovimenti, di sguardi, di piccoli gesti significativi. Solitamente se mordicchia la striglia significa che non ha voglia di essere strigliata, se invece ci si struscia col testone allora vuole un lavoro a puntino. Oggi ci si è strusciata contro e poi mi ha presentato il fianco: “mamma mia quanto fango, Tina! Ma dove hai dormito??” Sorridendo, inizio quel rituale che piace tanto a entrambe: quell’accudimento fatto con rispetto e cura, dove una mano con la striglia passa e toglie ciò che dà fastidio, mentre l’altra mano accarezza o si posa trasmettendo sicurezza ed empatia.
Al termine, l’unione si è creata. Quel senso di appartenenza, di comprensione profonda una dell’altra, di consapevolezza di cosa avviene tra di noi, è dolcemente apparso.
Faccio sempre fatica ad allontanarmi da lei per andare a riporre la striglia. Le dò un ultimo tocco, leggero, mentre mi allontano di un passo, che ormai tra noi significa “mi sto allontanando, ma non vorrei… “ e lei lo sa.
Al ritorno, faccio per raggiungerla, ma lei inizia a camminare allontanandosi da me. La osservo un po’ stupita per capire. Fa qualche passo lento, poi si ferma e gira un po’ il testone per guardarmi. “Ok Tina, vuoi che ti seguo! Dove vuoi andare?” Mi avvio al suo fianco, facendo attenzione a tutti i suoi segnali per capire cosa mi vuole comunicare. Lentamente continua a camminare, tenendomi sempre sottocchio con la vista laterale. Osservo la sua pupilla, e vedo che punta su di me. Provo a rallentare un pochino, a fermarmi, per vedere se ciò che avevo capito era reale. Lei si ferma e continua a guardarmi. Un piccolo gesto della coda mi fa capire che è un po’ contrariata: “ma come, bipede, non capisci? Seguimi, no? Io non ho la mano per portarti con me, ma non lo senti il legame?” Sorrido dentro e fuori, e mi avvio ancora. Finalmente si ferma. Mi osservo intorno. Mi ha portato in un punto da cui può vedere tutto il resto del branco, e ne è a una distanza davvero strategica: abbastanza vicino da percepire la presenza degli altri cavalli e sentire l’unione anche con loro, ma abbastanza lontano da essere in una “bolla” dove possiamo essere solo io e lei. Anche lei si sta osservando attorno: guarda gli altri cavalli, gli altri umani, il suo sguardo si perde un attimo nel laghetto che luccica al sole. Mette un posteriore in posizione di riposo, e le palpebre iniziano a socchiudersi. Quindi il messaggio finale è: “dai, facciamo nanna insieme! Vicine, unite! Io mi sento al sicuro con te e ci sto bene!”
La sento fare un sospirone e come sempre, quando succede, lo faccio anch’io: è il mio modo per dirle “ok, facciamo nanna insieme, mi piace!”.
Da quell’istante, come altre volte in queste occasioni, inizia un momento sospeso nel tempo; non esiste più nulla di specifico attorno a me, esiste il tutto. Esiste l’esistente, e io e lei ne siamo parte. I miei sensi sembrano risvegliarsi da un torpore, e percepisco con incredibile nitidezza i colori, la luce, il vento sulla pelle del viso, il calore del sole, il ciuffo di capelli che si muove sulla mia fronte sospinto dal vento e la criniera della Tina che si muove allo stesso modo, nella stessa direzione, come se entrambe venissimo accarezzate dalla stessa mano. Sento uno sbuffo di Asia e il rumore di un battito d’ali di un uccello che fa un ammaraggio sul laghetto, sfiorando l’acqua; poi la risata di Sergio che gioca con Ibi, e tutto si amalgama in una cosa sola.
Improvvisamente, un rumore lontano. Un trattore sull’argine del fiume, un posto dove di solito non c’è mai nulla, attira l’attenzione di tutto il branco. Otto colli e sedici orecchie si drizzano in direzione del rumore. Io faccio un passo nella stessa direzione e allungo il collo di fianco a Tina, per farle comprendere che anch’io ho avvertito qualcosa. Subito dopo mi rilasso e mi rimetto di fianco a lei, come a dire: “tranquilla, ho visto e ho capito cos’è, nulla da aver paura”. Lei mi osserva, si rilassa e si rimette in posizione con un posteriore sollevato. Mioddio che fiducia che mi dà sempre. E io ogni volta mi commuovo e mi si inumidiscono gli occhi.
“Ma cos’è laggiù?” Chiede un mio amico vicino al suo cavallo. “Niente, un trattore!” rispondo a voce abbastanza alta per farmi sentire da lontano.
Questo semplice dialogo interrompe la magia. Qualcosa è cambiato. Se mi giro a osservare Tina, lei abbassa appena le orecchie, sembra darle fastidio il mio sguardo. La conosco molto bene, e so cosa significa. Io ho perso la mia naturalità e la mia neutralità, non sono più in sintonia con lei, mi percepisce diversa. E’ una cavallina sensibilissima, e basta un mio sguardo con uno stato d’animo non neutrale per darle un senso di pressione psicologica.
Devo riconquistare naturalità e neutralità, e devo riconquistare lei.
Lentamente, poso la mia mano sul garrese. Quel tocco vuol dire mille cose: “ho capito, scusami, era un bel momento, l’ho rovinato. Sai com’è, noi umani…”. Lei è incredibile, sembra quasi gelosa di quel momento passato insieme, e arrabbiata per il fatto che l’ho rovinato. Con il muso mi lancia via il braccio, quasi come a dirmi “uffa, non toccarmi”. Ok, cerco di ritrovare la neutralità, in quel momento ancora più necessaria. Difficile, perché anch’io sono sensibile, e una cosa così tempo fa mi avrebbe distrutto. Ora so che è “comunicazione”. Ora so che io e lei possiamo “parlare”, possiamo capirci e possiamo trovare in ogni momento la nostra unione.
Molto lentamente, faccio due o tre passi allontanandomi da lei, senza stati d’animo negativi, solo per dirle: “vuoi che mi allontano?”. Poi la osservo con la coda dell’occhio. Sembra pensarci un po’ su. Poi, altrettanto lentamente, con delicatezza infinita, si muove verso di me, e recupera la stessa distanza di prima. Il mio cuore fa le capriole di gioia, ma devo continuare a rimanere neutrale! Come farlo, quando una cavallina bionda sembra che ti voglia dire “scusa, ho esagerato io, stai ancora vicino a me?”.
Con un sorriso che mi va da un orecchio all’altro mi rimetto nella posizione di prima. “Ma certo tesoro, rifacciamo nanna insieme”.

Si può davvero parlare con un cavallo? Dipende cosa si intende per “parlare”. Un cavallo non fa ragionamenti con le parole, ma comunica. Una comunicazione sottilissima. Nel vedere i cavalli che pascolano tranquillamente in branco sembra che non avvenga nulla. In realtà c’è una corrente di messaggi continua, un brusio incessante, dove si esprime un’interconnessione e un dialogo che solo un occhio attentissimo ed esperto può percepire. Spesso si pensa che conoscere certi segnali standard sia sufficiente: i movimenti delle orecchie, della coda, della testa e così via. Ho imparato che non è così. Le orecchie abbassate possono essere segnale di mille cose diverse: possono esprimere rabbia ma anche insicurezza o desiderio di accrescere la propria autostima, per esempio. Non si può pensare di interpretare un cavallo (o qualsiasi essere vivente) con codici standard, è impossibile. Al massimo ci si avvicina molto grossolanamente, e in questo modo spesso ci si sbaglia. Se poi si reagisce in funzione dell’interpretazione errata, si avvia una spirale di incomprensione dove si compiono azioni non adeguate, non appropriate e non comprensibili per il cavallo, che diventa sempre più spaesato e confuso. A questo punto, a seconda del carattere del cavallo, avremo, per reazione, (nei casi più estremi) o un cavallo spento e sottomesso, o il cosiddetto “cavallo difficile”.

Imparare a comunicare con un cavallo significa innanzitutto comprendere a fondo la sua natura. Significa mettersi in gioco a fondo, comprendere che occorre sviluppare un’attenzione ai dettagli e un’empatia non comuni. Significa anche sapere aiutare il cavallo a espandere la propria cognitività e la propria empatia, già presenti naturalmente, per rendere possibile una comunicazione con l’umano a livelli superiori.

Crescere insieme a questo punto diventa una meravigliosa avventura che avvicina sempre di più due specie così diverse, che possono darsi tanto proprio grazie a questa diversità.

Ringrazio, come sempre, Sergio Albertin per avermi fatto conoscere questo nuovo modo di vivere il cavallo…

Informazioni sull'autore
Emanuela Bartoli

Emanuela Bartoli

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Etologa e Psicologa animale - Membro del Comitato Scientifico HorseManKind - Allieva 4° Livello HorseManKind - (per vedere altri articoli dell'autore clicca qui)

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